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  Primo piano
 

Il meglio dai blog nerazzurri

 

Milan in un appunto del dottor Fuentes

Fonte: www.interinvantaggio.net

L’8 dicembre 2006 alle ore 8.37 Marca.com ha pubblicato un’intervista al dottor Eufemiano Fuentes della quale riporto il seguente passaggio

aveva rapporti solo con squadre spagnole? Ho avuto un’offerta da una squadra italiana, ma ho rifiutato. Quale? Non posso rispondere. L’ho detto al giudice, in nome del segreto medico non rivelo mai l’identità dei miei clienti. È quest’atteggiamento professionale che mi ha conferito credibilità con gli atleti

Il 5 febbraio scorso i media italiani divulgavano un appunto del dottore spagnolo relativo all’Operación Puerto, nell’ambito della quale l’ex presidente della Real Sociedad, Iñaki Badiola, ha confessato l’acquisto per circa un decennio di sostanze dopanti con la collaborazione del dottor Fuentes.

Sul documento, accanto ai nomi R Soc (Real Sociedad?) e Milan (?) si legge chiaramente la dicitura IG, con ogni probabilità l’ormone della crescita vietato dalle norme anti doping.

Fuentes Milan
Wikipedia, nella
pagina dedicata all’Operación Puerto, tra le altre cose riporta

è importante sottolineare che da questa indagine non sono emersi solo nomi di ciclisti (come la maggior parte della stampa ha voluto far credere), ma che in realtà si parla anche di calciatori spagnoli, giocatori di pallamano, tennisti ed automobilisti, i cui nomi però sono rimasti nell’oscurità

Naturalmente L’A.C. Milan ha prontamente comunicato che agirà nelle sedi competenti nei confronti di chiunque affermi, prospetti o insinui… il club di Berlusconi infatti non è mai stato citato dagli inquirenti nell’ambito dell’inchiesta spagnola sul doping.


Dalla squalifica alla telecamera personalizzata: Conte se la merita?

Fonte: ilrumoredeinemici.com
Dalla squalifica alla telecamera personalizzata: Conte se la merita?

Chiaro che faccia notizia, ma non esageriamo. Oggi Antonio Conte è tornato sulla panchina della Juventus dopo la squalifica di 4 mesi per aver omesso la segnalazione agli organi di giustizia di un illecito, se non di più. Un evento dal punto di vista mediatico, tanto che SKY gli ha persino dedicato una telecamera ad hoc, tutta per lui, con l’obiettivo di seguire ogni attimo della partita vissuta dall’allenatore. Normale che un rientro così eclatante faccia notizia, è pur sempre il tecnico campione d’Italia in carica, ma non va dimenticato il motivo della sua assenza: una squalifica nell’ambito della vicenda sul calcio scommesse, non certo un problema personale o una sciagura cadutagli in testa. Dedicargli tanta attenzione aumenta di certo gli ascolti ma eticamente regala visibilità a un personaggio che la giustizia sportiva ha punito per il suo comportamento. In Italia, purtroppo, queste situazioni meritano più attenzioni di altre più degne di nota…

 

Vergognoso striscione dei tifosi bianconeri. Stavolta Tosel che farà?

Fonte: ilrumoredei nemici.com
Vergognoso striscione dei tifosi bianconeri. Stavolta Tosel che farà?

La Juventus vince il derby sul campo, ma i suoi tifosi lo perdono malamente. Agghiacciante, come direbbe Conte, lo striscione (foto Toro.it) esposto in curva, con ovvio riferimento alla tragedia di Superga che ha cancellato tanto tempo fa il Grande Torino: “Noi di Torino orgoglio e vanto, voi solo uno schianto”. Deprecabile, per usare un eufemismo, in perfetta sintonia con gli insulti all’indimenticabile Giacinto Facchetti. I tifosi della Juve non perdono occasione per farsi riconoscere, però dopo la mancata squalifica del campo in seguito al lancio di oggetti durante Juventus-Inter (colpito il giudice d’area Orsato), non ci sorprenderemmo se Tosel glissasse anche su questo striscione vergognoso. La giustizia non è uguale per tutti.

 

E ora diteci: a che gioco giochiamo?

by Christian Liotta  Fonte Fc Internews.it

Mi sarebbe piaciuto intitolare questo editoriale: “Grazie, Atalanta!”. Sì, perché dopo che da casa Juventus hanno detto in tutte le lingue del mondo che la botta della sconfitta con l’Inter a Torino ha fatto solo che bene alla squadra bianconera che dopo la scoppola ha saputo reagire travolgendo avversari del calibro di Nordsjaelland e Pescara prima di essere fermata da Marchetti che ha parato davvero di tutto, era auspicabile che la sconfitta rimediata contro l’Atalanta al termine di una striscia positiva di 10 vittorie consecutive fosse stata salutare allo stesso modo con un bel successo contro il pur positivo Cagliari di Ivo Pulga. La migliore medicina per ripartire e per tornare a fare il solletico ai piedi della capolista e per staccare il Napoli fermato in rimonta dal Milan.

Mi sarebbe piaciuto, sebbene a malincuore, commentare il semplice andamento della partita: capire perché l’Inter dopo la rete bella di Palacio, tale da prendersi anche gli elogi del tecnico rossoblu, si sia guardata troppo allo specchio pensando di gestire il pallone comodamente, al punto tale da far maturare il pensiero stupendo di poter credere nella rimonta e nel successo, che fino all’81’ era stato trasformato in realtà grazie alla doppietta di Sau, prima che la sfortuna si accanisse su Astori che con la sua deviazione su Alvarez ha regalato un pari forse fortunoso ma indubbiamente meritato ai nerazzurri, che però non sono stati capaci di ribaltare la gara nei minuti finali rimpiangendo le occasioni divorate da Milito o rimuginando per le parate di Agazzi. Elogio comunque al Cagliari, che ha preso un bel punto facendo vedere anche belle cose, ma non è questo quello di cui alla fine si deve parlare.

Perché purtroppo, ci si ritrova a dover avere a che fare con dei sibili, dei fischi. Dei fischi che non arrivano e che si trasformano in urla: in urla di rabbia, di sconforto, di orrore. Tocca commentare l’operato scandaloso dell’arbitro Piero Giacomelli da Trieste, l’autentico anti-eroe della giornata di San Siro. L’uomo che dire che ha pagato a caro prezzo lo scotto della sua prima volta con l’Inter sarebbe oltremodo eufemistico. Arbitro che si presenta a questa gara mostrando da subito di non essere particolarmente adeguato, lasciando correre su stecche pesantissime, specie su Gargano e Cassano, che cominciano a fare andare letteralmente in bestia sia FantAntonio che il tecnico Andrea Stramaccioni. Direzione di gara che però precipita nello sconcertante nei minuti finali, nel pieno dell’arrembaggio finale nerazzurro. Fino all’apogeo: Astori, già autore dello sfortunato 2-2, manda per le terre Ranocchia proprio sulla linea dell’area di rigore: Giacomelli si avvicina, sembra voler dare il penalty, poi ci ripensa e va verso il centrocampo.

L’Inter esplode, San Siro esplode, tutto lo spicchio di universo intorno a lui esplode. Esplode soprattutto il presidente Massimo Moratti, colto dalle telecamere mentre rivolge un invito non propriamente cordiale ad arbitro e assistenti. Ma questo è solo il preambolo: Moratti a fine gara metterà il carico da undici, anzi, da novanta, versando sull’operato dell’arbitro colate di parole roventi come la lava di un vulcano: Moratti furioso, che parla di ingiustizie ripetute nelle ultime tre partite, che teme di rivivere anni bui che sembravano messi alle spalle, che lancia fiammate anche contro gli opinionisti televisivi sottolineando come molti di essi arrivino da una determinata sponda. Moratti che denuncia addirittura un atteggiamento quasi di insolenza da parte dell’arbitro, sintetizzato da una frase, quel “Voi dell’Inter dovete stare zitti” che nella mente riporta tante, troppe cose brutte.

Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, Moratti, secondo qualche parere; una bomba che è esplosa come mai forse era accaduto. La squadra ora è in silenzio stampa, ma questo è un silenzio che non può solo creare rumore: deve diventare rumore a sua volta. L’ora del fioretto, forse, è finita, e adesso  bisogna prendere la scimitarra e metterla tra i denti. “Chi pecora si fa, il lupo se lo mangia”, dice vecchio adagio. E l’Inter di finire sbranata deve far capire che non ne ha la minima intenzione. E’ l’ora di avere spiegazioni, con le buone o con le meno buone. Venga detto da chi di dovere all’Inter chi sono questi ‘loro’ che decidono cosa deve fare l’Inter, chi è quest’entità astratta che pensa di imporre alla nostra società pensieri e parole. Dicano, insomma, a che gioco stiamo giocando, e se vale la pena continuare a giocare.

Un’ultima, amara, considerazione: Giacomelli ha poche partite di A all’attivo, un arbitro nuovo nell’anno della novità dei cinque arbitri, che nelle intenzioni avrebbero dovuto aiutare nei limiti del possibile a correggere eventuali errori. Nelle intenzioni, appunto… Lo chiamano ‘nuovo che avanza’, ma fino a questo momento si è visto solo un ‘nuovo che retrocede'...


Vidal, entrata assassina in nazionale. Ma alla Juve solo seri professionisti…

Fonte: il rumoredeinemici.it
 
Vidal, entrata assassina in nazionale. Ma alla Juve solo seri professionisti…

Solo professionisti seri, niente quaquaraqua. Alla Juventus tra Bonucci e Conte il messaggio arrivato all’esterno è proprio questo. Il club bianconero pensa prima all’uomo che al calciatore quando ne ingaggia uno. E così non considera affatto Cassano (falso, lo hanno cercato tre volte…) Poi però si ritrova a dover sanzionare Pogba per un doppio ritardo agli allenamenti (niente convocazione per Pescara) e a dover prendere atto del fatto che un loro giocatore, precisamente Arturo Vidal, a livello internazionale (non al campetto di periferia) si rende protagonista di un’entrata killer su un avversario dellaa nazionale serba, ieri in amichevole. Roba da squalifica a lungo termine. Ricordiamo che lo stesso Vidal si era fatto espellere in una partita valida per le qualificazioni ai Mondiali contro la Colombia, per una gomitata volontaria a un avversario. E c’è chi sostiene lo abbia fatto apposta per saltare l’impegno successivo, tornare prima a Torino e preparare meglio la sfida delicata contro il Napoli (sarà stato consigliato?).

Però, guardando il fallaccio di ieri, ogni dietrologia perde peso e si fortifica l’idea che il cileno, ottimo giocatore, sia decisamente un antisportivo capace di atti violenti e gratuiti. Ma se alla Juventus lo hanno preso è sicuramente un’ottima persona ed evidentemente siamo noi che ci sbagliamo…



Una grande forza tranquilla

FONTE: Libeccio BY Fabbricainter.com

Andrea Stramaccioni è un uomo normale, come Javier Zanetti o Esteban Cambiasso, colonne portanti dell’Inter degli ultimi anni. Nessun eccesso, neanche un tatuaggio. Al massimo un po’ di barba incolta a rendere maggiormente  attendibile un volto altrimenti ancora imberbe. Ho citato tre nomi che sono molto vicini per profilo psicologico a Massimo Moratti. Un Signore per bene con modi quasi ottocenteschi, avendo dimenticato il secolo attuale l’educazione, l’etica della responsabilità, il rispetto degli altri.

 Sabato pomeriggio, nelle ore appena precedenti la partita con la Juventus, Andrea Stramaccioni ha chiamato 4 volte Massimo Moratti e si è intrattenuto con lui a lungo per spiegargli  il suo approccio alla gara. Man mano che le ore passavano aggiungeva qualcosa di ancora più specifico e dettagliato sulla tipologia di gioco che l’Inter avrebbe condotto,  per raggiungere la vittoria. Non voleva l’imprimatur (il consenso)  del Presidente il giovane allenatore nerazzurro, ma solo coinvolgerlo in una gara fondamentale e restare concentrato e vigile  fino a pochi istanti prima della partita  per cambiare qualcosa se utile. Non sono tanti gli allenatori dell’Inter che possono chiamare Moratti 4 volte durante un pomeriggio che precede una gara e questo la dice lunga sulla forza eccezionale del rapporto che si è instaurato tra i due. Ma Stramaccioni è fatto così; molto dotato nella fase del coinvolgimento delle persone con le quali lavora, dall’ultimo magazziniere al Presidente (avete mai visto l’orso Beppe Baresi abbracciare qualcuno? Lo sta facendo con Stramaccioni). I risultati del suo stile di lavoro  cominciano ad essere sotto gli occhi di tutti.

 

Ci sono segnali di una lingua non scritta o codificata  che solo i tifosi più appassionati  sanno rilevare. Nella precedente  gara con la Sampdoria Andrea Stramaccioni ha (involontariamente s’intende) ulteriormente reso critica la posizione di Ciro Ferrara,  una volta solida bandiera bianconera e testimone   di circa 20 anni di “storia”  juventina. Altro juventino che Andrea Stramaccioni ha regolato (si fa per dire s’intende) è Roberto Bettega che negli studi di Mediaset Premium “ironizzava” sulla allegra brigata di nome Inter che si apprestava ad essere divorata dall’armata invincibile nella quale lui stesso ha militato negli anni “d’oro”. Malignamente, Roberto Bettega insisteva anche a parlare di 30 scudetti conquistati dalla Juve  “sul campo”. Proprio il campo sabato sera ha espresso un referto diverso. Indicando che la freccia del campionato italiano potrebbe aver subito una modifica non da poco del suo senso di marcia. Per i tifosi interisti, impreparati ad emozioni così forti in un lasso di tempo tutto sommato ristretto, si è trattata di una settimana da tenere scolpita nella memoria come si fa con le cose più belle. E dire che l’avvio di Juve–Inter è stato di quelli che più scioccanti non si può.

 

In che modo si può reagire ad un gol in evidente fuorigioco incassato dopo appena 20 secondi dal fischio di inizio della gara per antonomasia,  giocata nella tana della tua avversaria storica che è anche 4 punti avanti in classifica? Non di una gara qualsiasi infatti trattavasi, non di una gara di quelle neutre che puoi vincere (meglio), ma anche perdere o pareggiare senza che lasci  tracce profonde sulla tua autostima e sui tuoi obiettivi del momento o anche più lontani. Javier Zanetti cosa ha pensato in quel momento e cosa deve aver pensato il novizio Gargano o Juan Jesus che di derby non ne ha giocato mai nessuno?

 

Cosa hanno pensato i milioni di tifosi nerazzurri sparsi ovunque e la pattuglia che con coraggio era presente nello stadio cuore della tifoseria bianconera? Tutta questa gente credo si sia divisa come il mar Rosso  con Mosè e abbia pensato: gli uni “è uno schifo” (anche: è il solito schifo)  e gli altri “ora ci mettiamo a giocare e la vinciamo”. I più ottimisti hanno pensato  ciò che raramente si pensa in questi casi, tranne quando sulla panchina dell’Inter c’era Josè Mourinho. Perché JM aveva abituato i tifosi dell’Inter che nulla era impossibile per quella squadra.

 

Special One non c’è più da un paio di anni e il suo ricordo comincia a diventare flebile, anche per merito del nuovo allenatore che è stato capace di raggiungere un grande risultato sportivo dando un segnale acuto  al calcio che conta. Questa è l’Inter di Massimo Moratti e di Andrea Stramaccioni e di nessun altro. Certo i giocatori, ma soprattutto la loro. Un concentrato di umiltà e sfacciataggine che non teme rivali. Un corpo unico che attacca e difende come un solo uomo. Una squadra di atleti non straordinari che fanno dell’applicazione, della concentrazione, della volontà, della capacità di soffrire, della unità di intenti e della fame di vittoria, il loro cemento di base con una strana miscela che mette insieme giocatori per forza di cose  avviati al tramonto (Zanetti, Cambiasso, Samuel, Milito) con giocatori che si sono affacciati per la prima volta  alla Pinetina pochi mesi fa. Una miscela e un  cemento capaci di stravolgere ogni pronostico (compreso il mio di inizio campionato)  e di soffrire  anche a lungo aspettando che arrivi il momento favorevole per colpire. Senza disunirsi mai e senza mai mollare la presa.

 

Non c’è stato un commentatore di calcio più o meno autorevole  che abbia minimamente preso in considerazione l’Inter per un ruolo di accettabile  rilievo nel campionato 2012–2013. Eppure sabato sera, con una gara messa subito in salita dal solito “errore” arbitrale, l’Inter non solo non si è disunita, ma ha subito iniziato ad avanzare il baricentro della squadra e a gravitare stabilmente nella metà campo avversaria. Come se nulla fosse. Neanche la seconda clamorosa “svista” arbitrale che avrebbe dovuto privare la capolista di un giocatore lasciandola in inferiorità numerica  ha mitigato la volontà dell’Inter di fare sua comunque la partita (e ancora meno il gol annullato a Palacio per un millimetrico fuorigioco, questo si rilevato….). E vorrei anche porre in rilievo un’altra questione non secondaria: l’autorità e l’applicazione con la quale  l’Inter di Stramaccioni  sta avanzando in Europa, quando in Italia nessuno più onora come si richiede quel tipo di competizione. Lui invece deve aver capito che ha per le mani una squadra che può arrivare alla fine di quella corsa e che quella corsa può vincere. Lui ha deciso che vuole partire da li per salire verso altre vette. Proverà anche per il campionato, ma oggettivamente il discorso è più difficile. Si vedrà, ma nulla resterà intentato.

 

Nel campionato italiano siamo dunque  di fronte ad un fatto nuovo: l’arrivo sulla scena di un nuovo  protagonista. Perché il dato che occorre trarre dalla gara di sabato sera e da come Stramaccioni  l’ha giocata questo insegna e dimostra. Nel calcio europeo c’è un nuovo protagonista con straordinarie e insospettabili qualità per uno che ha appena 36 anni e nessuna esperienza di panchina in serie A. Ci sono certo illustri precedenti: quello di Villas Boas (tutto sommato  recente) e prima ancora quello di Special One, entrambi però transitati almeno per una esperienza vissuta dentro lo staff di  una grande squadra di vertice. Stramaccioni è arrivato all’Inter in sordina, accolto da molto scetticismo (sicuramente il mio). In pochi mesi ha riportato un’Inter modesta in vetta al calcio che conta. Risultato eccezionale che va riconosciuto. Ora non si monti la testa e continui a lavorare con ancora più attenzione. Perché solo ora viene la parte più  difficile.

 

Comunque vada, sarà una Squadra vera  a giocarsela con tutti.


Marotta: “L’errore immediato? Tanto l’Inter aveva tempo per recuperare”

Fonte: ilrumoredeinemici.it
 
Marotta: “L’errore immediato? Tanto l’Inter aveva tempo per recuperare”

Commentando gli episodi arbitrali in Juventus-Inter con riferimento a quelli di Catania, il Beppe Marotta ha ribadito un concetto che lascia perplessi: “Abbiamo visto anche oggi una squadra che dopo un errore arbitrale va sotto di un gol e poi vince 3-1. Al Massimino c’era molto tempo e poi la differenza di valori in campo, con rispetto del Catania, era evidente. Non ci piace essere considerati ladri per degli errori arbitrali”. Ci risiamo. Chissà come la prenderanno i tifosi etnei dopo l’ennesimo schiaffo morale da parte del dirigente della Juventus, che continua a minimizzare le sviste di Maggiani sostenendo che alla lunga la sua squadra avrebbe vinto comunque perché c’era ancora tempo.

Quindi significa che gli errori pro-Juve ci possono stare purché arrivino presto e che anche se non arrivano alla lunga la Juve la spunta. Che discorsi sono? Forse l’Inter può essere contenta del fatto di aver potuto godere di 90 minuti per recuperare da un furto arbitrale? Non sarebbe stato meglio non subirlo e giocarsela alla pari? Discorsi che lasciano il tempo che trovano…

 

Juventus – Inter 1 – 3

fonte: bauscià cafè by sgrigna

Iniziamo dalla fine: la Juventus ha avuto l’onore di veder interrotto il record di imbattibilità dalla squadra italiana più forte degli ultimi 10 anni, non da una provinciale qualunque ma da quelli che sul campo hanno fatto la storia in Italia e in Europa.

La partita dei bianconeri dura 10 minuti: il tempo per il gol irregolare di Vidal dopo 19 secondi e le due occasioni di Marchisio lasciato incredibilmente libero da un’Inter frastornata per l’improvvisa partenza in salita, poi la squadra lentamente si scioglie e inizia a giocare da far suo: Pirlo limitato da Palacio mentre Milito e Cassano  si preoccupano di pressare i difensori avversari, il resto della squadra che inizia un pressing molto alto; quindi non una partita difensiva e di ripartenze, ma un’Inter che si riversa costantemente nella metà campo degli avversari con l’unico difetto di arrivarci un po’ troppo lentamente e non riuscire quindi ad essere abbastanza incisiva, Buffon in questo modo non viene praticamente mai impegnato.

Il secondo tempo inizia con il cambio Vucinic/Bendtner che non sposta gli equilibri, l’Inter continua a fare la partita mentre la Juve prova qualche timida ripartenza con l’impalpabile Giovinco. I bianconeri però abbassano troppo la linea difensiva e anche per le ammonizioni ricevute da Pirlo, Chiellini e Bonucci sono costretti a lasciare un po’ di campo agli attaccanti nerazzurri.

Arrivano così prima l’occasione per Palacio che sfonda sulla destra e poi quella di Nagatomo che impegna Buffon entrando in area dal lato sinistro, infine il rigore che Milito trasforma con la solita freddezza.

Stramaccioni a questo punto vuole vincere la partita e inserisce Guarin al posto dell’esausto Cassano al 69° minuto, il colombiano entra in campo con due compiti: controllare Pirlo lasciando più libero Palacio e unire centrocampo e attacco; qualche minuto dopo il suo ingresso sul terreno di gioco infatti recupera un pallone a centrocampo sul playmaker bianconero,  accellera fino al limite dell’area e tira impegnando Buffon in una difficile respinta sulla quale il Principe è il più lesto di tutti e realizza il gol del vantaggio.

A questo punto mancano 10 minuti ed entrano in campo Quagliarella per provare la rimonta e Mudingayi per portare a casa la vittoria; la Juve trova solo un paio di occasioni da fuori area perchè la difesa dell’Inter è molto attenta e ben disposta, solo Gargano sbagliando un retropassaggio regala qualche brivido ai propri tifosi ma Bendtner non è il tipo da avere piedi troppo raffinati.

L’ultima emozione la regalano così Nagatomo e Palacio che con un meraviglioso contropiede realizzano il terzo gol per la felicità in questo caso di tutti i tifosi d’Italia tranne i bianconeri. L’Inter che sconfigge il male è l’Inter che unisce la nazione.

Vittoria meritata e ottenuta grazie al coraggio dell’allenatore: i tre attaccanti sono un rischio ma questa volta sono stati bravissimi in fase di non possesso e hanno sempre costretto i bianconeri a non sbilanciarsi troppo per non rischiare il 3 contro 3 in contropiede, sulle fasce poi Zanetti e soprattutto Nagatomo hanno stravinto lo scontro diretto con i loro avversarsi.

Applausi quindi per lo “spensierato” Stramaccioni che da giovane provinciale insegna calcio nello stadio più difficile d’Italia.

L’altra volta era della Curva Nord, questa è tutta tua

I singoli:

HANDANOVIC: ha solo una incertezza nei primi 10 minuti quando sbaglia un rinvio con le mani, per il resto è la solita (oramai possiamo dire così) sicurezza.

RANOCCHIA: per me il peggiore in campo, completamente in bambola a inizio partita, si fa uccellare nel secondo tempo con un tunnel da Giovinco che rischia di andare in porta.

SAMUEL: granitico, lui c’è sempre.

JUAN JESUS: non ha grandi punti di riferimento da marcare, è imperioso in un paio di recuperi. sempre meglio.

ZANETTI: una partita incredibile contro mr. 20 milioni di euro Asamoah.

GARGANO: l’errore sul finire della partita rischia di compromettere una partita monstre, salva Ranocchia sul tunnel di Giovinco recuperando a tutta velocità per dare aiuto al compagno. Per me è il giocatore che porta l’equilibrio a questa squadra con 3 punte.

CAMBIASSO: geniale il colpo di tacco che provoca il fallo da rigore su Milito, carica la squadra dopo i primi 10 terribili minuti chiamandoli a un pressing altissimo e facendo iniziare di fatto la partita dell’Inter.

NAGATOMO: una furia. Spostato in questo nuovo ruolo con la copertura di Juan Jesus scava un solco sulla fascia sinistra che copre con continuità e intensità.

PALACIO: una partita grintosissima e di grande sacrificio, alla fine trova anche il gol meritato.

MILITO: due gol, si muove molto con la solita intelligenza tra le linee, anche lui fa il suo in fase di non possesso per poter supportare il tridente.

CASSANO: stavolta non trova la giocata decisiva ma con la palla tra i piedi è sempre temibile.

GUARIN: una accellerazione degna di Matthaeus che ci porta alla vittoria.

MUDINGAYI: pochi minuti per essere sicuri che nessun bianconero potesse entrare in area.

La forza del gruppo

 


Diamanti, ammonizione ‘strana’ che gli costa la squalifica contro la Juventus

Fonte: ilrumoredeinemici.it

Diamanti, ammonizione ‘strana’ che gli costa la squalifica contro la Juventus

Oltre alla sconfitta, Alessandro Diamanti ha un motivo in più per rammaricarsi: il cartellino giallo rimediato nella ripresa gli costerà la squalifica contro la Juventus. Un’ammonizione ‘strana’ quella rifilata da De Marco (complessivamente buona direzione), che ragionando alla lunga favorisce proprio i bianconeri che mercoledì non si troveranno ad affrontare il migliore dei giocatori felsinei. Lo stesso Diamanti non usa giri di parole: “Non vi dico dell’arbitro perché non voglio smettere di giocare. La mia ammonizione è scandalosa, mai vista una roba del genere. De Marco mi ha preso per il culo e poi ha riconosciuto di avere sbagliato. Non voglio dire che abbiamo perso per colpa sua, sicuramente è colpa dei nostri errori. A Torino avrei voluto giocare per aiutare la squadra su un campo difficile”.

In passato certe cose accadevano per una ragione ben chiara, adesso la speranza è che sia stata solo un’incomprensione tra arbitro e giocatore. Fatto sta che la Juve, dopo il ‘furto’ di Catania, gode anche per questa inspiegabile decisione arbitrale a Bologna.

 

Pulvirenti spiega: "Guarin-Gomez? Errori normali"

Il presidente del Catania sfida Agnelli: "Chieda il 3-0 per noi"
 

29.10.2012 11:50 di Christian Liotta  Fonte: Fc Internews.it 

© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Nel corso del suo intervento a Radio Anch'io - Lo Sport, il presidente del Catania Antonino Pulvirenti, ancora molto irritato per l'andamento della gara contro la Juventus di ieri, risponde perentorio ad una domanda di Italo Cucci che gli chiede perché non si è espresso in toni così pesanti quando alla sua squadra fu negato un rigore contro l'Inter per fallo di Guarin su Gomez: "L'errore accaduto con l'Inter la settimana scorsa è una cosa normalissima, che può succedere e che accetto. Ma quello di ieri no perché lo avevano dato giustamente, per poi cambiare idea. Se avessero sbandierato il fuorigioco avremmo detto che era una decisione sbagliata e addio. Il comportamento della panchina bianconera non è accettabile".

Pulvirenti lancia poi una sfida la presidente della Juventus Andrea Agnelli: "Visto che vuole riformare il calcio, chieda il 3-0 contro la sua squadra. Non lo farà ma sarebbe un grande gesto. Io non parlo di complotto, ma non si può accettare una cosa come quella accaduta ieri. C'è una sudditanza che colpisce anche la Juventus".


Non penso che Guarìn e Pereira siano brocchi, ma è molto concreto il rischio fallimento: vedo molte similitudini con Nocerino e Boateng

Nel post precedente, ho avanzato il sospetto che Guarìn e Pereira, costosi acquisti alla bottega del Porto, la stessa che ci rifilò Quaresma, possano rivelarsi inutili, e che con i loro soldi fosse preferibile agire sul centrocampo in tutt’altro modo. Provo a spiegarmi meglio.
Guarìn e Pereira erano in campo quando l’Inter faticava e non trovava equilibrio, si sono seduti in panchina e la squadra ne ha vinte 5 di fila: semplice coincidenza?
Nel Porto, sono stati protagonisti della strepitosa, ultima stagione di Villas Boas, poi sono finiti ai margini e non mi pare si siano strappati i capelli quando l’Inter li ha richiesti.
Alcuni considereranno sbrigativa e affrettata la mia sentenza, ma temo si tratti di calciatori tatticamente primitivi, monocordi, incapaci di uscire dallo spartito che conoscono meglio. Un po’ come Pazzini. Oppure, per esemplificare quanto conti il contesto sul rendimento, come Nocerino e Boateng, che accanto a Ibra – anzi, grazie a Ibra – sembravano fenomeni, e ora finiscono puntualmente in panchina. Né Nocerino né Boateng sanno leggere la partita, sono due corridori istintivi, la loro potenza li porta facilmente a correre a vuoto.



Per far rendere al meglio altri due corridori istintivi come Guarìn e Pereira, l’Inter avrebbe bisogno di un metronomo, uno capace di metterli in moto sulla corsa. Se ricevono il pallone da fermi, sono prevedibilissimi (e commettono errori assai rischiosi); se, invece, possono scaricare la potenza dei loro muscoli, Guarìn e Pereira diventano immarcabili, perché hanno forza fisica e un discreto piede (uno solo, a testa, ma ci siamo capiti).
Ora, l’Inter non ha il calciatore in grado di innescare Guarìn e Pereira nei tempi e modi giusti; Stramaccioni li sta usando come mine vaganti, per produrre squilibrio, e mi sembra stia rendendo concreto quel che io sto cercando di esprimere a parole.
Con la difesa a 3, Pereira non sa garantire copertura sull’intera fascia sinistra, e Guarìn non sa giocare dietro le punte. Entrambi hanno bisogno di spazi, ma la difesa a 3 comprime il campo, schiaccia i centrocampisti (spesso saltati dal lancio lungo) e affida quasi tutta la manovra d’attacco a non più di tre calciatori offensivi. Non più di tre, perché quattro la squadra non riesce a reggerle.

Non mi stupisce che Stramaccioni preferisca Nagatomo e persino Obi a Pereira, e che accanto a Cambiasso giochi sempre un incontrista (Gargano o Mudingayi). Per me Pereira può fare bene l’esterno basso di una difesa a 4 e Guarìn l’interno in un 4-4-2. Peccato che ora l’Inter faccia risultato giocando in modo totalmente diverso.


Matematica allo Juventus College

Siamo i sesti di sempre nella storia della Coppa dei Campioni dal 1952 ad oggi e vogliamo alzarla ancora.

- Andrea Agnelli -

Anche a voler essere buoni e andare al di là dei giudizi di merito sulle coppe del 1985 e 1996,  al resto del mondo risulta che la Juventus sia nona nella storia della Coppa dei Campioni (come Nottingham Forest, Porto e Benfica). Coppa dei Campioni che è nata in realtà nel 1956, non nel 1952.

Chiarito finalmente il senso di tutte le dichiarazioni di Andrea Agnelli da anni a questa parte: non parla di 30 scudetti perchè ci crede sul serio. Semplicemente non sa contare.

Juventus College. Studenti in preda al panico alla domanda: “Quanto fa 27+1?”


Sì, Strama, ti te dominet Milan

08.10.2012 di Christian Liotta  FONTE Fc Internews.it

© foto di Giuseppe Celeste/Image Sport

Caro Strama, ti te dominet Milan. Possono prendere ispirazione quanto vogliono i tifosi del Milan nel creare la loro coreografia pre-derby. Da quando sei arrivato a Milano, il derby, le sfide coi cugini rossoneri, sono state fino a questo momento il tuo terreno di conquista prediletto: hai fatto due volte male a Dolcetti quando eri alla guida della Primavera vincendo altrettanti derby senza nemmeno prendere un gol, e poi hai concesso a Bernazzani di prendersi quello più bello, quello che valeva la finale scudetto. Perché poco prima ti sei concesso la soddisfazione di riservare lo stesso trattamento ad Allegri, spazzando via definitivamente le residue speranze scudetto dei rossoneri.

E ora, non sei venuto meno a questa legge: ancora una volta di fronte il Milan, e ancora una vittoria. Una vittoria sudata, sofferta, ottenuta col coltello tra i denti specie dopo che l’arbitro Valeri, davvero in serata di luna storta, ha espulso Nagatomo proprio pochi minuti dopo lo start della ripresa. Ok che il Milan ha pagato la troppa leggerezza del suo attacco, con Bojan, El Shaarawy, Robinho e Pazzini volenterosi ma poco più, ma ad un certo punto ha dato l’impressione di crederci un po’ di più, ma è finita a sbattere contro il muro di gomma dell’Inter. Già, il muro: per vincere questo derby, caro Strama, hai pescato dal mazzo il jolly perfetto: Walter Samuel, l’uomo che come te i derby sin qui li ha vinti tutti senza soluzione di continuità, e non poteva scegliere gesto migliore per centrare la sua ‘decima’ personale, col gol vittoria.

Hai sofferto, Strama, te lo leggevamo negli occhi. Ma anche nei gesti, nei salti davanti alla panchina, nelle urla verso arbitro e giocatori. Una partita sentita come non mai, una partita che, va detto, l’Inter non ha giocato bene, anzi: cullandosi troppo sul prematuro vantaggio, che sarebbe potuto diventare più ampio dopo due minuti quando Milito si impietosisce di fronte alla paperissima di Abbiati, l’Inter forse aspetta troppo l’avversario, che per fortuna dei nerazzurri ha corsa ma non mira (forse il Boateng di due stagioni fa quei gol non li mancava) limitandosi al minimo sindacale. Ma va bene anche così, la working class nerazzurra è sempre più al potere, e adesso regala ai tifosi prospettive forse inusitate per i più al momento del via della stagione.

Hai sofferto e poi ti sei liberato in un colpo solo, quella gioia irrefrenabile coi tuoi ragazzi, e quella corsa verso la Curva con l’indice al cielo. Lo sognavi, Strama, questo momento, te lo leggevamo negli occhi. E hai aspettato il momento giusto per dirlo chiaramente: “E’ vostro”. Sì, questo derby è nostro, è dell’Inter e dei suoi tifosi, soprattutto di quelli che ti hanno sostenuto sempre e non si sono lasciati andare agli umori del momento, è l’ennesimo sgambetto ai cugini. E’ nostro e ce lo teniamo volentieri, e finalmente arriva una pausa più serena dopo i tormenti del post-Roma. Da celebrare con la convocazione in azzurro di Andrea Ranocchia, da lui festeggiata con una prova sontuosa.

Nella notte delle grandi sfide internazionali, con Milano che si abbuffa di sport a cinque stelle con l’arrivo dei Boston Celtics (forse una concomitanza poco felice ma anche al Forum c’era un bel pubblico), brillano le stelle, tranne una: quella dell’arbitro Valeri, in grado di scontentare tutto e tutti. Recrimina il Milan per un rigore, un gol annullato forse troppo frettolosamente, per un mancato rosso a Juan. Ma anche l’Inter potrebbe dire che Yepes era da rosso per due falli su avversari lanciati a rete, che anche De Jong ha commesso un fallo più da arancione, e così via. Insomma, non all’altezza della situazione.

Comunque, la sostanza non cambia: l’Inter vince e ti, Strama, te dominet Milan…

PS: Nel giorno del derby l’aperitivo lo hanno servito le ragazze dell’Inter che nel loro derby hanno sconfitto il Milan con un secco 5-0 con tanto di servizio alla Domenica Sportiva. Giusto per ribadire il concetto…


La Juventus e quel preparatore dallo strano passato...

Ombre di doping in passato su Julio Tous Fajardo, preparatore del club bianconero

Fonte Redazione FcInterNews 
 

© foto di Giuseppe Celeste/Image Sport

La Juventus corre, corre tanto. Corre insistemente per 90 minuti, al punto che qualcuno sul web è arrivato a muovere qualche sospetto di aiuti non proprio leciti somministrati ai giocatori bianconeri. Al momento solo semplici illazioni, per carità, anche se la pagina web Sport&Stars di International Business Times Italia ha sbirciato l'organigramma della società bianconera e si è soffermata su un nome in particolare: quello del medico spagnolo Julio Tous Fajardo, che compare nello staff della Juventus alla voce preparatore atletico, e che soprattutto era ricercatore associato presso il laboratorio della performance sportiva (Inefc) dell'Università di Barcellona, venuto alla ribalta come preparatore del Barça allenato da Frankie Rijkaard.

Si legge sul sito: "Dice di lui il Corriere della Sera '...già preparatore atletico nel Barcellona targato Rijkaard e di campioni del tennis come Nadal e Moya è un grande specialista dei lavori di potenziamento muscolare. Il suo motto è quanto mai esplicito: la forza ringiovanisce, la resistenza invecchia'. Insomma non l'ultimo arrivato e decisamente esperto in materia "massimizzazione prestazioni muscolari e sportive". Su Fajardo sono cadute in passato anche accuse di doping, legate ad un suo assistito, vale a dire l'asso del tennis Rafael Nadal: "come si apprende da TennisWorld Italia, "le "Journal de Dimanche" aveva inserito nella cosiddetta "lista nera", della quale fanno parte 58 ciclisti tra cui personaggi di primo piano quali "Piti" Valverde, Ivan Basso, Francesco Mancebo, Jan Ullrich e Alexandre Vinokurov, anche atleti di altri sport tra i quali il tennista Rafael Nadal e ben cinque atleti del Real Madrid additati come "clienti" della clinica del dottor Eufemiano Fuentes". Già, quel famoso Fuentes a capo della centrale di doping ematico scoperta nel 2010 in Spagna e al centro della famigerata Operacion Puerto.  

Continua ancora il portale: "Già nel 2009 a seguito di una serie di infortuni dichiarati dal giocatore, lo spagnolo potè saltare i controlli antidoping prima di Winbledon, con una fitta rete di sospetti sollevata da colleghi tennisti e esperti dell'ambiente. Dopo il declino ci fu il possente ritorno del fenomeno spagnolo ma solo dopo una cura miracolosa. I giornali spagnoli hanno riportato che la cura di cui ha usufruito Rafa sia la PRT (Platelet Rich Therapy, terapia ricca di piastrine, traducendo alla lettera), nella quale il sangue del paziente viene preso e centrifugato in un macchinario, quindi il sangue coagulato viene iniettato nella zona dell'infortunio. Nadal stesso ha evidenziato come sia un trattamento "doloroso ed applicato direttamente sul tendine". Questo è un dettaglio non trascurabile, in quanto solo la parte del corpo in questione può ricevere il trattamento della PRT, altrimenti perseguibile dall'antidoping. (...) Insomma un trattamento basato sull'iniezione di sangue "arricchito" con i fattori di crescita grazie al quale l'organismo rigenera più velocemente i tessuti lesionati nel corpo dell'atleta ed è impossibile determinare a posteriori questo tipo di pratica a meno che non sia dichiarata direttamente dall'interessato. Molti sospetti su Nadal, ma nessuna condanna fino ad oggi".

Insomma, un nome intorno al quale si erge un alone di mistero: tante le domande da porsi intorno al signor Tous Fajardo, esperto di quel potenziamento muscolare che ha fatto emergere gli atleti spagnoli negli ultimi anni, ma che al tempo stesso ha generato più di una volta sospetti pesanti di uso di sostanze illecite. Anche se comunque fino a questo momento, come detto, il preparatore è stato condannato in alcun grado di giudizio.


Europa, Europa, Europa

di Nk³ Fonte Bauscià Cafè

Un breve resoconto delle tre principali competizioni europee che si disputano in questi giorni, in rigoroso ordine di importanza e prestigio.

EUROPA LEAGUE - E’ arrivata l’ora del debutto nella fase a gironi di Europa League per Stramaccioni e per la sua Inter. Avversario il Rubin Kazan visto a San Siro per la prima e ultima volta 3 anni fa nell’ultima partita del girone eliminatorio di Champions League. Vinse 2-0 l’Inter (Eto’o, Balotelli) conquistando la qualificazione e dando il via al cammino che l’avrebbe portata poi fino alla finale di Madrid. Da allora nell’Inter è cambiato tanto, forse tutto, ma nel Rubin Kazan molto meno: come faceva notare lo stesso Stramaccioni in conferenza nell’UNICA domanda che i “giornalisti” italiani hanno fatto sulla partita di domani (e che domanda, fra l’altro: “Ci parli del Rubin?“), cinque undicesimi della squadra che probabilmente scenderà in campo stasera erano presenti anche nel 2009 e, insieme all’allenatore, portano avanti le stesse idee e lo stesso spirito combattivo e sorprendente della squadra che abbiamo affrontato tre anni fa.

Ritorno al tridente offensivo e spazio al turnover ragionato per Stramaccioni, con il probabile impiego di Samuel e Silvestre al centro della difesa e di un tridente inedito con Cassano che, stando alle indiscrezioni, potrebbe ritrovarsi affiancato da Coutinho e Marko Livaja. Panchina -e riposo, speriamo- per Sneijder e Milito.

Portieri: 1 Handanovic, 27 Belec, 32 Cincilla;
Difensori: 4 Zanetti, 6 Silvestre, 23 Ranocchia, 25 Samuel, 40 Juan Jesus, 42 Jonathan, 44 Bianchetti, 55 Nagatomo;
Centrocampisti: 10 Sneijder, 14 Guarin, 19 Cambiasso, 21 Gargano, 31 Pereira;
Attaccanti: 7 Coutinho, 22 Milito, 88 Livaja, 99 Cassano.

NEXTGENERATION SERIES - La Primavera invece il suo debutto europeo lo ha già fatto ieri pomeriggio, nella massima competizione continentale di categoria (ora che c’è anche la Juventus tutti quanti saranno d’accordo con questa definizione, vedrete). Gli eredi dei Campioni d’Europa di Stramaccioni, inseriti nel gruppo con Liverpool, Borussia Dortmund e Rosenborg, sono scesi in campo nella prima partita proprio contro il Liverpool che finì terzo l’anno scorso.

Gli unici reduci del trionfo dell’ultima edizione sono Bianchetti, Mbaye, Duncan e Forte, ma i loro nuovi compagni vogliono far vedere di essere all’altezza di quelli che li hanno preceduti. Parte molto forte l’Inter e mette subito in difficoltà un Liverpool che sembra avere molto fisico e poco altro, non all’altezza dell’anno scorso: dopo 16′ Duncan pesca con un lancio perfetto Forte che approfitta dell’indecisione di un difensore dei Reds e con un preciso diagonale porta l’Inter in vantaggio. L’Inter non si ferma ma alla prima occasione pericolosa, al 34′, il Liverpool trova il pareggio grazie a un rigore trasformato da Adorjan: l’intervento di Pasa sembra tutt’altro che falloso, ma per l’Inter è tutto da rifare. Dura poco però la gloria per il Liverpool: prima della fine del primo tempo al termine di una bella azione Forte dalla sinistra mette in mezzo per Belloni, che realizza il 2-1. Il secondo tempo è più equilibrato, con il Liverpool che cerca il pareggio e l’Inter che si rende pericolosa in contropiede e comunque non rinuncia ad attaccare. All’80′ è ancora un accecante lampo di Duncan a pescare Garritano sulla destra che, da posizione defilata, trova il diagonale giusto per realizzare il gol del 3-1. A 10′ dalla fine il Liverpool non ci crede più e l’Inter si avvia a conquistare una tranquilla e meritata vittoria, ma all’89′ è ancora Adorjan che spedisce un bellissimo calcio di punizione dal limite alle spalle di Dalle Vedove.

Resta solo il tempo per il debutto in nerazzurro di Olsen però: finisce 3-2 la prima partita dell’Inter nella NextGen 2012, ennesima prova convincente di una squadra che dimostra di poter dire la sua contro molti avversari. Da segnalare le prestazioni maiuscole di Donkor e Belloni, da tenere d’occhio nel seguito della stagione, e del solito Duncan che si conferma, ancora una volta, troppo superiore ai pari età.

INTER-LIVERPOOL 3-2
Inter (4-2-3-1): 1 Dalle Vedove; 2 Donkor, 4 Bianchetti, 5 Pasa, 3 Mbaye; 8 Benassi, 6 Duncan; 7 Belloni (81′ Terrani), 10 Acampora, 11 Garritano (91′ Olsen); 9 Forte ( 81′ Colombi).
 - A disposizione: 12 Smug, 13 Zaro, 14 Guglielmotti, 16 Gabbianelli.
Liverpool (4-2-3-1): 1 Belford; 2 MC Laughlin (65′ Peterson,), 4 Sama, 5 Jones, 3 Smith; 6 Baio, 8 Roddian; 7 Ibe, 10 Adorjan, 11 Pelosi; 9 Sinclair (75′ Gainford).

CHAMPIONS LEAGUE - La Juventus riesce a strappare un ottimo pareggio in rimonta a Stamford Bridge, che per una squadra senza alcuna storia nè blasone nella massima competizione europea resta pur sempre un ottimo risultato. Al di là delle splendide dichiarazioni di Quagliarella (“Sono al 100% da un bel po’ ma non gioco mai. Carrera? Io veramente stavo andando ad abbracciare Storari..“) ovviamente cadute nel silenzio dei media non è da Londra, però, che sono venuti gli spunti migliori di questa giornata.

Sì perchè invece nella parte sbagliata di Milano succede tutto, ma proprio tutto. Lo 0-0 casalingo con l’Anderlecht è archiviato da molti milanisti come una delle partite più deprimenti dell’inter gestione Berlusconi, ma andiamo con ordine. I giocatori, innanzitutto: Alexandre Pato -ovviamente in tribuna per un qualche infortunio- lascia lo stadio con largo anticipo al 30′ del secondo tempo forse disgustato, forse rassegnato, o forse aveva semplicemente una sessione in webcam da mandare in onda. Un quarto d’ora prima, al 15′, ci aveva pensato Boateng a rallegrare noi tifosi da casa al momento della sostituzione con El Shaarawy: grande show a bordocampo, una borraccia scagliata con violenza contro il nulla e quella che alcuni non hanno esitato a definire “crisi di pianto”: ora va bene che lo spettacolo era deprimente, ma addirittura le lacrime…Non temete però, ci pensa Mediaset a tranquillizzare tutti: Boateng non è come quel cattivone spaccaspogliatoi di Sneijder che fa le sceneggiate quando viene sostituito, per carità. Quella di Boateng è solo “amarezza”. Giuro, hanno detto così: amarezza. Finita? Macchè, il bello doveva ancora venire: arriva la fine della partita e tutti i tifosi inondano San Siro di fischi come non avevano fatto neanche per salutare (ehm..) Paolo Maldini nel giorno del suo addio al calcio. E’ in quel momento che Mexes si cala nei panni del Paolino Nazionale, guarda dritto verso la tribuna e un attimo prima di entrare negli spogliatoi alza un dito medio da leggenda. Dito medio di cui, stranamente, non siamo riusciti a trovare fotografie. Coincidenze, dai. Lo spettacolo continua dopo la partita con Emanuelson che si lamenta davanti ai microfoni di Pazzini (“non è facile fare dei cross per lui, fa movimenti strani”) centrando esattamente il punto del discorso: a Pazzini la palla non va crossata, va tirata forte forte addosso sperando in un rimpallo. La leggendaria tripletta al Bologna insegna, d’altra parte.

Il buon Massimiliano Allegri, presentatosi in casa contro l’Anderlecht con una sola punta (oddio, “punta”: Pazzini)  ci spiega che tutto sommato è stato positivo non aver subito gol, che gli mancano giocatori tecnici e che non può chiedere a De Jong, Nocerino e Flamini di fare quello che non sanno fare (giocare a calcio?). Il tutto senza che ovviamente il Nando Sanvito di turno gli chieda conto di questo atteggiamento da provinciale, ma si sa: fare il 60% di possesso palla e vincere 2-0 a Torino è atteggiamento da provinciale, chiudersi in difesa e rischiare il tracollo in casa con l’Anderlecht è DNA Europeo. DNA Europeo che, per la cronaca, ci fa aggiornare il conto delle statistiche a 5 vittorie in Champions nelle ultime 25 partite per i Meravigliosi. Sarà l’effetto della musichetta.

A chiudere le danze ci pensa il Presidentissimo Berlusconi in persona, che dopo un eloquente “c’è poco da stare Allegri” (l’ha detto con la maiuscola, sì) oggi sbotta: per lui il Milan sarebbe “un argomento imbarazzante” tanto da spingerlo al punto di dire “che vergogna, se trovassi qualcuno che mi compra il Milan lo venderei subito“. Ora, premesso che quel “se trovassi qualcuno che mi compra il Milan” suona tanto come “se trovassi il gonzo di turno” (e in effetti..), non possiamo comunque esimerci dal porre una modesta domanda.

Presidente Berlusconi,
ma lei davvero dopo 26 anni, solo oggi si vergogna del Milan?


Silenzio! Lo sentite? E' tornato il rumore dei nemici

di Alessandro Cavasinni FONTE Fc Internews.it

Ma quant'è bella l'Inter di Stramaccioni? Uh, come giocano bene questi nerazzurri! A Pescara si è visto chi sarà davvero l'anti-Juventus. Sneijder è tornato lui. Cassano da subito decisivo. Milito bomber sempreverde. Zanetti uomo bionico. Ranocchia da Nazionale. Che acquisti Gargano e Guarin! Mercato super: ecco pure Pereira.

E l'elenco potrebbe continuare. L'elenco dei complimenti rivolti all'Inter dopo il 3-0 dell'Adriatico. Complimenti che si sono trasformati in critiche feroci soltanto sette giorni dopo, a causa del ko del Meazza contro la Roma. E allora il gioco diventa involuto, la Juve resta troppo superiore, Sneijder si pesta i piedi con Cassano, Milito è fuori forma, Zanetti non è un terzino, Ranocchia bocciato con Silvestre, Gargano e Guarin non coprono, Pereira può fare solo l'esterno.

Gira la ruota, e gira talmente vorticosamente che non si ripassa neppure dal via. Niente di particolarmente nuovo, per carità, al peggio ci siamo abituati. Ma quello che ha più stonato in questi giorni è il trattamento riservato al tecnico nerazzurro. Quello che ci è andato meno pesante ha titolato “Lezione del maestro Zdenek per l'allievo Andrea”. Lezione? E di cosa? Forse tattica? Ah beh...

Possiamo dirlo: a tutto c'è un limite. Ok, la Roma ha giocato una partita con piena sufficienza, sfruttando gli errori dell'Inter e meritando la vittoria. Ma parlare di lezione tattica è davvero troppo.

Zeman non si smentisce e manda in campo il suo 4-3-3. Magari diverso negli interpreti, ma resta il suo 4-3-3. Stramaccioni risponde col 4-3-2-1, ormai noto in quel di Appiano.

Primo tempo equilibrato, giustamente chiusosi sull'1-1. La tattica? L'Inter prende gol a difesa schierata, con qualcuno (Guarin o Gargano?) che non segue il rimorchio di Florenzi. Nella ripresa la Roma parte forte, ma i pericoli sono tutti per Stekelenburg, graziato in almeno tre occasioni dalla scarsa precisione negli appoggi e nelle conclusioni dei nerazzurri. Sull'1-1 al Meazza, infatti, la Roma rischia di capitolare più d'una volta in contropiede. Eccola la lezione di tattica. Il gol di Osvaldo spacca la partita proprio perché arriva nel momento in cui è l'Inter a esercitare la maggior pressione, con il pubblico di casa pronto ad esultare. E invece a metà campo si perdono tre rimpalli tre (ribadiamolo per chi se lo fosse perso) e Totti si trova libero di lanciare il numero 9 italo-argentino. E' qui che vengono a mancare le gambe e di conseguenza la reazione, bruciata dall'errore di Castellazzi che porta all'1-3 finale.

Lezione di tattica? Di chi a chi e quando? Si potrà eccepire sul posizionamento di Alvaro Pereira come interno, eppure il caso vuole che fino alla sua uscita dal campo per crampi si era sull'1-1. Cassano e Sneijder agiscono sulla stessa mattonella? A volte, ma altre volte Sneijder lancia Cassano per 50 metri e quello di Bari azzecca il tiro per fare 1-1.

La sensazione è che qualcuno non vedesse l'ora di scrivere di uno Stramaccioni simile a un pivello alle prime armi. E riecco i soloni della gavetta e del 'ha troppa poca esperienza'. La stessa poca esperienza che aveva Roberto Mancini. Quella poca esperienza di campo che aveva Arrigo Sacchi o José Mourinho. Lo sentite? Sta tornando il rumore dei nemici. Buon segno.




Sette anni fa è arrivato a Milano un ragazzo semplice e sconosciuto al calcio Europeo però con tanta voglia e fame di raggiungere i propri obiettivi: diventare un portiere rispettato e soprattutto vincente.Sono arrivato in una famiglia che mi ha accolto con tanto entusiasmo e quindi è cominciata la mia avventura

La prima volta che ho indossato la maglia dell'Inter, ho capito subito che la squadra aveva tanti tifosi appassionati e che era la squadra perfetta per poter realizzare tutto quello che sognavo da bambino. Ho lavorato duro, giorno dopo giorno e quando sono stato schierato la prima volta come titolare, sono rimasto molto sorpreso ,ma anche consapevole di aver conquistato la fiducia del Mister Roberto Mancini.

Da quel giorno in poi il sogno comincia a diventare realtà, da subito uno scudetto………a tavolino? Può darsi…….. comunque lo tengo molto stretto…….dopo tutto, non siamo stati noi ad avere sbagliato

Poco male……..negli anni successivi non ci siamo più fermati. Arrivano super coppe, coppe Italia il secondo scudetto e poi il terzo ……mamma mia che bello…… .

Siamo diventati così forti che sognavamo ancora più in alto, la squadra voleva di più per se stessa e per il suo Presidente , sapevamo perfettamente cosa mancava, e giorno dopo giorno abbiamo iniziato insieme a Mourinho a costruire una storia che rimarrà per sempre nella mia memoria e nel mio cuore: dopo il quarto scudetto di fila ,io insieme ai miei compagni abbiamo fatto una cosa unica per noi stessi, per l'Inter e per i tifosi: LA FAMOSA TRIPLETA terza coppa Italia, il quinto scudetto e il trofeo che mancava……..dopo 45 anni l'Inter vince la Champions League.

E chi era il Portiere? Quel ragazzo semplice e sconosciuto al calcio europeo, quel ragazzo che finalmente ha potuto realizzare i propri sogni grazie ad una grande famiglia che si chiama Inter. Questa grande famiglia non è solo composta dai miei compagni e dal presidente ma anche da tutti voi che questa sera voglio ringraziare con tutto il mio cuore, per il vostro calore, per avere condiviso con me tutte queste gioie.

Vi amo e vi amerò sempre, vi porterò sempre nel mio cuore ovunque io andrò.

Ancora grazie a tutti gli allenatori e staff con cui ho lavorato in questi meravigliosi sette anni, grazie alla redazione di Inter channel, grazie a Fausto Sala a Monica Volpi a Marco Branca e soprattutto al Presidente Massimo Moratti

Vado da un'altra parte però con la sensazione di avere compiuto bene il mio dovere. Grazie Milano.

IL VOSTRO ACCHIAPPASOGNI JC


Julio Cesar, il ricordo dell’uomo supera quello del grande calciatore

Degli addii più o meno eccellenti, più o meno sentiti, più o meno indotti dalla società e dal Fair Play Finanziario, quello di Julio Cesar è l’unico che avviene contro la volontà del giocatore.

Il brasiliano, dopo l’ultimo rinnovo fino al 2014 che lo aveva issato nella top 5 degli ingaggi a quota 4,5 milioni, aveva ormai abbandonato ogni altra velleità di grande livello (lo United il club che in passato l’ha cercato con più insistenza) e voleva terminare la sua carriera europea in maglia nerazzurra prima di tornare in Brasile.

La sua splendida famiglia, in cui spicca la meravigliosa, discreta e bellissima moglie Susana, l’ambientamento nella città di Milano in cui aveva cresciuto i figli, l’ottimo rapporto con il presidente e gran parte della dirigenza, uno spogliatoio in cui, da brasiliano, era apprezzato e stimato anche dagli argentini e dalle altre colonie straniere e italiche, il feeling con il pubblico che in lui aveva trovato il migliore estremo difensore della nostra porta e degno erede della dinastia dei grandi portieri interisti.

Tutto faceva presupporre che si continuasse così anche quest’anno, nonostante gli scricchiolii fisici (la schiena innanzitutto, poi il gomito) e gli errori che si erano fatti improvvisamente più numerosi, ma a cui aveva sempre saputo reagire con una sana dose di autocritica, una capacità di concentrazione e di sacrificio nel lavoro maniacale, una straripante personalità e fiducia nelle sue doti.

Poi, prima dell’estate, la richiesta di spalmare l’ingaggio ormai fuori budget per la nuova realtà nerazzurra e il rifiuto del brasiliano hanno fatto precipitare la situazione, sporcando, marginalmente per fortuna, questi ultimi mesi fatti di allontanamento dal ritiro, dalle amichevoli e dal resto del gruppo, in cui si era inserito nel frattempo Handanovic.

L’obiettivo della risoluzione di contratto è stato faticosamente raggiunto quando il QPR, ambiziosa matricola londinese della Premier, ha scavalcato il titubante Tottenham, ha convinto Julione a rimettersi in discussione e in concorrenza con Green, nel giro della Nazionale di Hodgson, e soprattutto gli ha garantito un ingaggio da 2,5 milioni per 4 anni.

Branca e Fassone, che sognavano un altro addio a costo zero come con Lucio e Forlan, stavolta hanno dovuto stringere oltre le palle anche la cinghia perchè dovranno versargli una buonuscita da oltre 3 milioni. Avremmo sborsato 18 milioni lordi, arriveremo a meno di 5 perchè la tassazione è diversa (circa il 30%) e con i 13 rimanenti avremo pagato circa l’80% del cartellino del più giovane e bravo sloveno che guadagna cifre decisamente inferiori.

Condivisibile tecnicamente ed economicamente, anche se io gli avrei concesso un’altra chance e rimandato di una stagione la soluzione dell’enigma.

Nel momento in cui scrivo riaffiorano nella mia mente decine di parate salva risultato di cui è stato protagonista l’eroe brasiliano, uno dei pochi al mondo ad essere stato determinante quanto un attaccante o un centrocampista nei grandi successi della propria squadra (quanto Buffon, più di un Valdes o di un Casillas per intenderci).

Facendo una classifica, mettendo al primo posto quella famosissima su Messi, sarebbe ingiusto perchè finirei per dimenticarmene altrettante di decisive e strabilianti.

Il mio ricordo preferisce soffermarsi sui sorrisi, sullo sguardo, sui modi, sull’onestà, sulla semplicità, sulla professionalità e sull’umiltà di un ragazzo arrivato 7 anni fa in sordina, a costo zero, su suggerimento di Mancini, e cresciuto con noi e per noi, con gli allenatori e gli staff tecnici che si sono succeduti.

Il campione e l’uomo sono due facce della stessa medaglia e di questo lo ringrazieremo per l’ultima volta,magari a San Siro, prima di Inter-Roma. Lo merita e ce lo meritiamo.

Ci entusiasmeremo per altri grandi portieri, ma di Julio Cesar ne resterà uno.

 


Onorare l’Europa League, ma l’obiettivo è il campionato

Con la stessa lucidità e personalità che ha mostrato in questo precampionato, Fredy Guarin ha ben identificato le difficoltà della sfida di stasera nel remoto settentrione della Romania, tra Transilvania e Moldova:

Le difficoltà in questa competizione sono di due tipi: la prima è quella di giocare in città lontane, difficili da raggiungere e che ti costringono a viaggi faticosi; la seconda è quella che si incontrano squadre, magari non molto conosciute, ma che sono difficili da affrontare e che hanno grande determinazione e voglia di vincere“.

Del Vaslui ben si ricordano i tifosi della Lazio e gli appassionati di calcio perchè li hanno affrontati lo scorso anno nel girone di Europa League, non riuscendo a superarli nè all’andata nè al ritorno, mentre sono in pochissimi quelli che li han seguiti in uno dei turni preliminari di Champions League dove fino a metà della ripresa nel match di ritorno erano pienamente in corsa per far fuori i turchi del Fenerbahce.

Non hanno nulla da perdere e anzi ricorderanno a lungo la trattativa per i diritti tv con i media italiani (connazionali da sempre ottimi clienti e turisti da spennare) che mai avrebbero pensato di dover sganciare qualche centinaia di migliaia di euro per un preliminare nei giorni post Ferragosto. Fatto però l’investimento per mostrare tutta la competizione, avrebbe avuto poco senso mollare il match chiave per la qualificazione.

Anche perchè c’è molta curiosità e interesse attorno all’Inter di Stramaccioni, tecnico giovane, brillante,entusiasta e capace che ha ricompattato in pochissimo tempo un ambiente depresso, dal presidente ai tifosi,  e senza grandi ambizioni nel breve-medio termine (per il futuro invece con il nuovo stadio e l’ingresso di capitali freschi in società entro la scadenza settembrina del cda il discorso cambia).

La promessa di proporre un calcio moderno, organizzato, collettivo, coraggioso, come abbiamo intravisto pur con tutti i limiti oggettivi e con i desideri non esauditi sul mercato, intriga e aiuta a dimenticare almeno in parte il fatto che i fuoriclasse, ma anche i campioni di una categoria inferiore, scelgano ormai altri lidi, attratti dalla maggiore competitività e visibilità.

L’Europa, sia pure nella versione meno ricca, rappresenta un ideale terreno per testarci e crescere nei prossimi mesi, non fosse altro che altrove sono più abituati di noi a giocarsela con organizzazione, velocità ed entusiasmo, indipendentemente dai soldi che incasseranno avanzando nella competizione.

Per questo motivo, oltrechè per evitare le critiche, per non vanificare la preparazione anticipata e per giustificare una rosa non così ristretta in cui i giovani avranno obiettivamente poco spazio per emergere, chiudere stasera la pratica Vaslui, come già fatto con l’Hajduk, e approdare al sorteggio per i gironi è la missione che mister 800 presenze Zanetti e compagni devono centrare senza discussioni di sorta.

La priorità però è tutta per il campionato e non potrebbe essere altrimenti per un mercato quasi esclusivamente composto da elementi attorno ai 30 anni, reduci da molte stagioni in serie A in cui sono stati protagonisti.Handanovic, Silvestre, Gargano, Mudingayi e Palacio fanno parte di quella classe media che in provincia ha spesso rivestito i panni degli uomini determinanti per salvezza e coppe, mentre Cassano, se con una condizione decente e con il sorriso stampato sul viso, ha talento e tecnica per essere per qualche mese un valore aggiunto anche ai piani alti.

Il tanto strombazzato anno zero con l’affiancamento ai senatori di giovani desiderosi di misurarsi con il calcio dei grandi non si è verificato, ha lasciato il posto ad una strategia di parziale rinnovamento che permetterà a Stramaccioni, alla sua prima annata vera da tecnico professionista, di lottare subito per lo scudetto contro la Juventus nel nutrito gruppo di squadre che ha come obiettivo minimo la conquista di un posto in Champions.

Lottare non significa dover vincere, ma neppure finire a 15-20 punti dalla prima e non avere più chances già a gennaio come ci è capitato con Benitez (salvo miracolosa rimonta di Leonardo) e Gasperini, poi regolarmente esonerati.

Napoli, Udinese,Lazio e soprattutto Milan si sono indebolite o comunque non sono superiori rispetto ad un anno fa, Roma e Fiorentina hanno cambiato più della metà della formazione titolare e vivranno nel tipico ottovolante prestazionale per qualche mese.

Se i bianconeri faticheranno a gestire il doppio impegno e molleranno molti punti, noi dovremo essere pronti ad approfittarne. Ed approfittarne significa vincere il tricolore.

Un passo alla volta.

Stasera conta vincere per andare a Pescara e preparare il big match di inizio settembre contro la Roma con serenità, affidandoci ad un ampio turnover nel ritorno contro i rumeni a San Siro. E’ un esame propedeutico a quelli più importanti, se ci saremo preparati sufficientemente lo supereremo con facilità.

In bocca al lupo per la carriera universitaria del pallone, dottor Stramaccioni.


Fuori la grana, ma anche gli attributi

di Fabrizio Romano   FONTE Fc Internews.it

E non vissero tutti felici e contenti. Troppo bella, quasi commovente sarebbe stata la favola dell'Inter e del suo mercato invernale per concludersi con un'altra vittoria che concedesse l'ennesima frase quasi registrata, "questo gruppo va bene così". In effetti, in Corso Vittorio Emanuele tutto tornava: le stiamo vincendo tutte, siamo a posto, non c'è bisogno di comprare. E invece no. Il pifferaio magico ha smesso di suonare anche perché al suo seguito non ci sono i tifosi immedesimati nei topolini della favola. Perché la Curva Nord a rappresentanza di tutto il popolo dell'Inter lo aveva palesato: "Serve chiarezza", ovvero servono acquisti, altrimenti chiarezza si traduce in un sostanziale 'diteci che dobbiamo ridimensionare le nostre idee'. Un concetto al quale un tifoso dell'Internazionale di Milano mai si rassegnerebbe, possiamo starne certi.

E allora è arrivata la sconfitta di Lecce, puntualissima, quasi salutare. Il gol di Giacomazzi è come una freccia che si conficca negli uffici del presidente Moratti: l'Inter non può reggere i ritmi tenuti finora, non ha gli elementi necessari, non è all'altezza e non può perdere il treno Champions. A rendere il tutto un po' più irritante è stato l'atteggiamento della squadra nel primo tempo. Una roba inguardabile. Tacchi, controtacchi, leziosismi, qualcuno sembrava stesse giocando con i figli in giardino, qualcun altro che davanti al portiere sul risultato di 0-0 preferiva magari dilettarsi in un velo piuttosto che frantumare la rete alle spalle di Benassi, esaltatissimo protagonista di un dramma costruito e disegnato unicamente dall'Inter. La sconfitta di Lecce è stata brutta, bruttissima. Anche perché la ripresa con il 4-4-2 che doveva riportare equilibrio ci ha restituito invece un'Inter senza alcuna idea, affidatasi al puro caso, ma stavolta non leziosa perché in svantaggio: e allora sì che ci si comincia a preoccupare, spariscono i fenomeni che si consentono i tacchetti in area di rigore. Ma il Lecce è chiuso, mica ti fa passare. E' stata una lezione da chi aveva incassato 26 reti in 12 gare in casa con un solo punto all'attivo tra le mura amiche. Non sono neanche numeri, sono insulti. Eppure Cosmi ha costruito il suo piccolo capolavoro che va applaudito, molto più dell'Inter di ieri, delle fighette che si lamentano se non arriva il pallone sui piedi quando poi davanti al portiere si cerca la giocata di classe.

Il risultato è un'Inter sconfitta, al tappeto, prima convinta di essere straordinariamente superiore e poi riscopertasi piccola perché non in grado di scardinare una difesa se non da calcio piazzato. Non c'è uno schema, un'idea. Non ci sono attributi. O meglio, ci sono, ma non sono stati tirati fuori: perché Maicon nel derby è un cavallo impazzito e a Lecce è in gita di piacere, per dirne una? Questo è quanto di peggio, un segnale tremendo, ma il non-gioco della ripresa è un dardo infuocato che Moratti deve saper cogliere. Senza Thiago Motta cala il buio, ci si affida ai dribbling di Zarate (...) e a un Samuel più incisivo di Pazzini. Insomma, c'è qualcosa che non va. Ma pensare che trattenere Motta - dovrebbe essere il minimo - e prendere Juan Jesus sia un mercato degno di questo nome significa suicidarsi e denigrare il prestigio dell'Internazionale.

Nessuno chiede Tévez, David Silva e Schweinsteiger, ma se la Juventus che è prima e il Milan che è secondo si sono rinforzate - e non poco - un motivo ci sarà. Se davvero l'Inter per l'Apache faceva sul serio come ha giurato Moratti, vuol dire che siamo consapevoli della necessità di rinforzi. E questo mi dà fiducia, perché qualcosa faranno i nostri dirigenti. Non sono dilettanti, anzi, sono di primissima qualità. E come serviva un centrocampista prima, ne serve uno anche adesso, con o senza Motta. Servirebbe anche una variante in attacco. Perché questo gruppo non ha tanta benzina, né tante variabili, l'alternativa è rischiare di rimanere fuori dalla Champions. Sarebbe una catastrofe. Se in dirigenza volessero provarci, che lo facciano, ma non si aspettino topolini dietro ai pifferai. Siamo l'Inter, prestigiosi ma anche umili quando c'è da esserlo: chi difende quei colori in campo rimembri l'umiltà, chi difende quei colori dietro a una scrivania rimembri che stiamo giocando col fuoco. Il tempo scade martedì, la fiducia dei tifosi chissà...


Ci piace vincere facile

di Pedro il 15 gennaio 2012

Con il Principe ritrovato e questi due monumenti in difesa, non passa nemmeno Tevez. Ottimo Ranieri nel non concedere campo all’unica arma decente di Pato, la corsa in campo aperto. Poi a Ibrahimovic ci pensano a turno i nostri due centrali, strepitosi dal primo all’ultimo minuto. Nella foto celebrativa ci vorrebbe Cambiasso, autore di una prova superlativa.

In definitiva: senza i furti subiti dalla compagnia di Rocchi e Soci, e con qualche assenza in meno, eravamo sopra tutti. Grande Motta a fare a cazzotti con tutti. E grazie Silvio per esserti tenuto Pato.


 
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